Perché le persone con demenza hanno un rischio maggiore di coronavirus?

17 Marzo 2020 at 17:35 ·

Perché le persone con demenza hanno un rischio maggiore di coronavirus?

Con la paura del coronavirus, è importante prendere misure pratiche per prevenire la diffusione della malattia, in particolare tra le persone vulnerabili come gli anziani e le persone con demenza.

Le persone con demenza hanno tre punti deboli a loro sfavore che li rende ancor più vulnerabile al Coronavirus.

1. Le persone con demenza non possono capire del tutto le regole di prevenzione.

Il primo è che hanno maggiori probabilità di contrarre questa malattia se sono esposti perché gli anziani con la demenza non possono essere del tutto in grado di proteggersi attuando le regole e le misure necessarie per non contrarre il coronavirus.

Potrebbero non ricordare di lavarsi le mani, probabilmente non si ricorderanno di starnutire sulla piega del gomito, potrebbero non avere la misura nel mantenere le distanze dalle persone infette.

Di conseguenza, saranno più esposti al rischio di contrarre la malattia. E allo stesso modo quelle stesse ragioni li renderanno anche più propensi a diffondere la malattia. Potrebbero non mantenere le distanze dalle altre persone. Le persone con demenza possono anche avere disabilitato il riconoscimento e la consapevolezza dei sintomi.

2. Le persone con demenza non riescono a riconoscere i sintomi del coronavirus.

Quindi, sebbene possano avere mal di testa, o febbre bassa o tosse, è possibile che non ne siano consapevoli. Potrebbero non essere in grado di segnalare ai loro caregiver se c’è qualcosa che non va, o aver bisogno di cure mediche. E se non viene ri-portato all’attenzione, esporranno altri al virus durante il periodo di tempo in cui sono altamente contagiosi.

3. L’età media delle persone decedute per coronavirus è di 75 anni.

Il terzo punto a cui penso sia importante pensare è che hanno maggiori probabilità di essere il tipo di persone che moriranno a causa di questa infezione. In Cina, l’età media delle persone decedute per questa malattia era di 75 anni, e questo è significativamente superiore all’età media delle persone infette.

Quindi esiste una predilezione per questa malattia più grave tra gli anziani. E parlando di malattie, gli adulti più anziani tendono ad avere queste malattie comorbose che sono state collegate con una maggiore probabilità di morte con un’infezione da coronavirus.

Bisogna comunicare il pericolo del coronavirus alle persone con demenza?

Esistono vari tipi di demenza e vari stadi di demenza, quindi sicuramente ci sono persone con demenza che sarebbero in grado di capire che c’è un’infezione rischiosa e che devono lavarsi le mani e limitare la loro esposizione ad altre persone.

Ma una volta che la demenza progredisce al punto in cui qualcuno ha significativi problemi di memoria a breve termine o problemi significativi nel comprendere il ragionamento e pensare al comportamento corretto, a quel punto ricade davvero sul buonsenso del caregicer. Quindi potrebbe essere che il caregiver incoraggerà i residenti delle strutture a lavarsi le mani molto più frequentemente dopo essere andati in bagno, quando hanno contatti con altre persone e altre volte durante la giornata.

E poi anche stare attenti alle secrezioni corporee. Se qualcuno ha sintomi facendo attenzione a isolarli e utilizzare adeguati dispositivi di protezione individuale per proteggerli. La cura del personale addetto all’assistenza sarà davvero importante perché un membro del personale infetto che è asintomatico ma diffonde la malattia potrebbe creare scompiglio in una struttura di assistenza.

Potrebbero anche esserci persone con demenza che sarebbero spaventate, aggravate, preoccupate o, addirittura, deliranti se gli venisse detto di una malattia potenzialmente letale. Comunicare potrebbe servire solo a sconvolgerli. Quindi penso che il caregiver e la famiglia dovranno giudicare come queste informazioni influenzeranno il comportamento della persona con demenza.

Se la persona è in grado di assorbire comunicare le informazioni in modo da aiutarle a proteggersi e a non essere turbate. D’altra parte, se si tratta solo di turbare, spaventare e aggravare la persona, allora risparmiamo loro comunicare quanto sta succedendo.

Read more 0

Frutta, spinaci e vino rosso contrastano l’Alzheimer.

13 Marzo 2020 at 08:35 ·

Frutta, spinaci e vino rosso contrastano l’Alzheimer.

I flavonoidi presenti in alcuni alimenti prevengono le malattia neuro-degenerative.

Nel cercare di trovare una cura per la demenza, ci si sta accorgendo che si potrebbe fare la differenza nel diminuire i casi di Alzheimer adottando una sana dieta. In un nuovo studio, i ricercatori hanno scoperta un particolare antiossidante, noto come flavonolo, trovato nella frutta e verdura e può combattere l’Alzheimer.

Se c’è qualcosa di cui i neurologi sono certi, è che l’esercizio fisico; una dieta ricca di cibi mediterranei come frutta; verdura e olio d’oliva sono le migliori strategie per rallentare la progressione delle malattie neurodegenerative. Ma cosa c’è esattamente nella frutta, spinaci e vino rosso che le rendono così protettive per il cervello?

I ricercatori della Rush University di Chicago hanno incominciato a studiare il flavonolo per definire meglio perché una dieta sana può prevenire o rallentare la progressione dell’Alzheimer.

Flavonoli e Alzheimer

I flavonoli sono un gruppo di sostanze di fitochimica, che sono composti attivi presenti nei pigmenti delle piante. Essi rientrano in una classe più ampia di flavonoidi, che si trovano nella corteccia, radici, steli, fiori, funghi, vino e tè. Da non confondere con i flavanoli (scritti con una “a”), i flavonoli si trovano in una grande varietà di frutta e verdura.

È noto da tempo che i flavonoidi in generale, date le loro proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, sono considerati buoni per la salute.

Nell’ultimo studio, i ricercatori hanno esaminato 921 persone anziane con un’età media di 81 anni. I partecipanti non avevano Alzheimer o demenza. Ogni anno nel corso di sei anni, i partecipanti riferivano sulla frequenza con cui mangiavano cibi contenenti flavonoli; sono stati tenuti in considerazione anche i loro livelli di istruzione, attività fisica e attività mentale. Durante lo studio, 220 persone finiranno per sviluppare l’Alzheimer.

I ricercatori hanno suddiviso tutti i partecipanti in cinque gruppi, a seconda della quantità di flavonolo assunta nella loro dieta: il gruppo più basso mangiava circa 5,3 milligrammi di flavonolo al giorno e il gruppo più alto consumava circa 15,3 milligrammi al giorno.

Come la frutta e verdura combattono l’Alzheimer.

La considerazione principale fu che le persone del gruppo con più alto flavonolo hanno avuto il 48% in meno di probabilità di sviluppare l’Alzheimer, rispetto alle persone del gruppo più basso, anche quando i ricercatori hanno adattato i dati alla genetica, alla demografia e ad altri fattori dello stile di vita.

Sono necessarie ulteriori ricerche per confermare questi risultati, ma questi sono dati promettenti,

afferma il Dr. Thomas Holland l’autore principale del nuovo studio.

Mangiare più frutta e verdura e bere più tè potrebbe essere un modo abbastanza economico e semplice per aiutare le persone a prevenire la Malattia di Alzheimer

Con l’aumento della popolazione anziana in tutto il mondo, qualsiasi diminuzione del numero di persone con questa malattia devastante, o addirittura ritardandola di qualche anno, potrebbe avere un enorme beneficio per la salute pubblica.

Gli alimenti ricchi di Flavonoli.

È interessante sapere che esistono quattro diversi tipi di flavonoli: isoramnetina (presente in pere, olio d’oliva, vino e salsa di pomodoro); kaempferolo (presente in cavoli, fagioli, tè, spinaci e broccoli); miricetina (si trova nel tè, nel vino, nel cavolo, nelle arance e nei pomodori); la quercetina (presente nel pomodoro, nel cavolo, nelle mele e nel tè).

In tante ricerche recenti, gli scienziati hanno scoperto che un approccio della medicina ai cambiamenti dello stile di vita, personalizzato in base alla genetica, all’età e ai bisogni di una persona, potrebbe effettivamente rallentare il tasso di declino associato alle malattie neurodegenerative. Secondo tale studio, fino a un terzo dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto con una dieta e attività fisica.

Fonte: AMERICAN ACADEMY OF NEUROLOGY.

Read more 0

Coronavirus: le persone con demenza sono a maggior rischio. Ecco come prepararsi

7 Marzo 2020 at 14:17 ·

Coronavirus: le persone con demenza sono a maggior rischio. Ecco come prepararsi

Con la diffusione del coronavirus nell’Europa, le persone che vivono con l’Alzheimer o altre forme di demenza, così come i loro caregiver, dovrebbero adottare alcuni accorgimenti per prevenire e proteggere.

All’inizio di questa settimana i nostri esperti, hanno inviato ai loro clienti un aggiornamento via e-mail chiedendo attenzioni particolari per le persone affette da demenza. Spiegando che la demenza non è solo la perdita di memoria o altri problemi cognitivi.

Il cervello delle persone con demenza è sotto attacco ogni giorno. E poiché il cervello è il centro di comando per il resto del corpo, il sistema immunitario potrebbe essere fuori controllo. Quando leggi o ascolti avvisi per le persone con sistema immunitario compromesso – così dette fragili – è riferito anche al tuo caro affetto da demenza.

Lavati spesso le mani.

I funzionari della sanità pubblica affermano che tra i soggetti maggiormente a rischio per il coronavirus vi sono gli anziani e chiunque viva con condizioni di salute di base che possono indebolire il loro sistema immunitario. Morire a causa del virus è molto più probabile per le persone anziane e con problemi di salute.

Tra i consigli più importanti per gli operatori sanitari e caregivers, è assicurarsi che le persone con demenza si lavino le mani regolarmente e accuratamente.

Assicurarsi che il lavaggio delle mani avvenga – per almeno 40 secondi con il sapone – è il modo più semplice e migliore per proteggere l’anziano affetto da demenza.

Ulteriori suggerimenti su come aiutare le persone con demenza a fare il bagno e mantenere l’igiene sono disponibili qui.

Maggiori attenzioni alle loro esigenze.

L’anziano affetto da demenza potrebbe avere più difficoltà a esprimersi e quindi a far conoscere i suoi sintomi.

Questo implica essere un buon ascoltatore e controllare spesso il modo in cui qualcuno sta agendo o si sente per compensare le capacità di comunicazione ridotta.

La preoccupazione maggiore è proprio questa: a causa delle capacità comunicative ridotte, a secondo del livello di compromissione della demenza, una persona con demenza potrebbe anche non notare i propri sintomi se e quando contrae il coronavirus.

Sicurezza nelle case di cura.

Disinfettarsi le mani prima di avvicinarsi a una persona con Alzheimer o altro tipo di demenza

Si invitano gli operatori a disinfettare le superfici maggiormente toccate.

Ciò è particolarmente critico nelle strutture di lungodegenza come residenze socio sanitarie e case di cura. Il più grande focolaio di casi di coronavirus negli Stati Uniti finora è arrivato da una casa di cura nel sobborgo di Kirkland a Seattle. Alcuni media indicano quella clinica infermieristica l’epicentro dell’epidemia di coronavirus negli Stati Uniti.

Una delle maggiori minacce per i residenti di tali strutture è la salute dei visitatori. E’ naturale voler fare una visita al proprio parente o amico, ma bisogna assicurarsi di essere in buona salute e prendere tutte le precauzioni possibili prima di entrare in struttura.

Se hai il raffreddore, non andare trovare il tuo parente o amico. Se hai sintomi influenzali, non andare a trovare il tuo parente o amico.

Anche se ti senti bene e in forma sei pregato di disinfettarti le mani prima di avvicinarti ai pazienti affetti da demenza.

Read more 0

Suggerimenti per l’igene di chi è affetto da demenza

7 Marzo 2020 at 00:26 ·

Suggerimenti per l’igene di chi è affetto da demenza

La persona affetta da Alzheimer o altro tipo di demenza, può avere difficoltà a eseguire e completare alcuni dei compiti più basilari. Come, per esempio, fare bagno può diventare difficile, sforzato e richiedere molto tempo.

Potresti notare che la persona con demenza o Alzheimer ha difficoltà a farsi la doccia o il bagno come una volta. Potrebbero rifiutare o dire di aver già fatto la docci.

Per fortuna, non è necessario fare il bagno ogni singolo giorno. Ma sicuramente vuoi che il tuo caro sia pulito/a e comodo, e faccia la doccia o il bagno almeno una o due volte alla settimana.

Mantenere l’igiene è anche importante per mantenere la pelle sana, prevenire le infezioni del tratto urinario e mantenere una buona salute orale. Ci sono alcuni consigli che puoi seguire per rendere più agevole il bagno con la demenza.

Conta il tuo approccio

Fare il bagno è un’esperienza incredibilmente intima e personale. Man mano che qualcuno progredisce nell’Alzheimer o demenza, avrà bisogno di un aiuto più pratico con questi tipi di attività quotidiane e personali, come vestirsi, usare il bagno e mangiare.

Per alcune persone con demenza, il bisogno di aiuto per fare il bagno o la doccia può sembrare una perdita di indipendenza particolarmente dura. Ciò potrebbe rendere più difficile adattarsi al cambiamento e potrebbe essere il motivo per cui potrebbero rifiutare di lavarsi.

è importante essere sensibili ai bisogni del paziente e rispettare la loro dignità.

L’assistenza centrata sulla persona si basa sulla progettazione di un approccio assistenziale con la conoscenza e la comprensione della storia, della cultura, dei bisogni e dei sentimenti dell’individuo. Tienilo a mente mentre stai lavorando per mantenere la persona a suo agio durante attività quotidiane come il bagno.

Sia che la persona con demenza ha paura di una doccia, sia se si siede in una vasca da bagno o si senta autosufficiente, dovrai rendere l’esperienza il più piacevole possibile per loro. Scoprire se preferiscono fare la doccia o lavarsi in una vasca da bagno, quindi, spiegare dolcemente ogni fase del processo. Puoi anche trovare tu modi diversi per adattare la tua routine e rendere più confortevole la persona amata. Se il bagno provoca angoscia, puoi invece provare con le spugnature.

È importante cercare di incoraggiare le persone con demenza a continuare con queste routine il più a lungo possibile.

Puoi aiutare la persona con la demenza a fare più facilmente un bagno scoprendo altre modalità che funzionano meglio. un modo il più familiare e rassicurante possibile.

Read more 0

Vivere bene con l’Alzheimer. Migliorare la qualità della vita di pazienti e caregivers.

6 Marzo 2020 at 14:36 ·

Vivere bene con l’Alzheimer. Migliorare la qualità della vita di pazienti e caregivers.

Come si gestisce il cambiamento del rapporto tra qualcuno con demenza e i suoi familiari? Come possiamo superare i cambiamenti nelle relazioni interpersonali e vivere bene con l’alzheimer?

Una delle cose più difficili da riconoscere è che non possiamo avere ciò che eravamo soliti avere. Dovremo essere disposti a lasciar andare quella quotidianità che ci apparteneva. Ciò non significa rinunciarvi, ma ritornare alla vita di prima non può essere una finalità. Cercare di duplicare ciò che prima avevamo, o che eravamo, provocherà la sensazione di “Non è giusto. Questo è mortificante”. Quindi se, per esempio, eravamo una coppia, adesso potremmo aver bisogno di trascorrere del tempo separati; non soli, ma interagendo con qualcun altro, qualcuno adeguato.

Alcune persone che vivono con la demenza optano per i cani addestrati e sono molto efficaci perché diventano amici e il cane è addestrato a stare con la persona. Inoltre il cane ha un localizzatore, perciò se la persona si perde, possono essere rintracciato. Quindi le persone che non vogliono stare sempre con gli Alzheimer fanno meglio ad avere un cane addestrato.

Come affrontare la sindrome dell’amico che “scompare”? È quasi come se alcune persone pensassero che l’Alzheimer fosse contagioso.

Questo, sfortunatamente, è un fenomeno molto comune. Ed è così perché le persone non sono istruite ad essere amici degli alzheimer: quasi tutti ri-vogliono le amicizie che furono; non vogliono sostenere amicizie che cambiano. E diventano nervose e ansiose, e dicono la cosa più terribile che si potrebbe mai dire: “Allora, come sta?” E magari lo dicono di fronte al paziente.

Terribile, ma comprensibile: se non sai come avere una conversazione con una persona con Alzheimer, inizi a sentirti imbarazzato e a disagio, oppure, quando ti sei organizzato tutto il giorno per andare dall’amico e vedere insieme delle foto del liceo e quando ci sei ti dice “Non voglio guardare quella cosa stupida”, bisogna essere preparati a questo perché loro si trovano nella loro demenza dove le parole hanno un altro significato.

Quindi è importante essere preparati e avere opzioni del tipo: “Ho portato il mio album fotografico. Preferiresti guardarlo o uscire per una passeggiata?”. Bisogna adattare la nostra amicizia. Quello che è necessario capire è che il vecchio amico è a tratti scomparso, bisogna guardare la realtà e rinnovare l’amicizia.

MOTIVARE E COINVOLGERE

Cosa funziona meglio per “valorizzare” davvero la persona con demenza?

Per vivere bene con un Alzheimer dobbiamo essere consapevoli che alcune demenze producono più letargia e/o apatia rispetto ad altre, il che rende difficile trovare piacere. Quindi, se l’apatia è il problema, i membri della famiglia devono riconosce la necessità di un supporto esterno al nucleo familiare. Perché ogni volta che proverai a fargli/le fare qualcosa (vestire, mangiare, lavarsi,etc..), ogni volta che ti sentirai come se stessi cercando di spostare un macigno, allora, il suo comportamento ti sembrerà intenzionale: “Non ci provi nemmeno; non ti stai nemmeno alzando! “. E inizia a sembrare un campo di battaglia.

C’è la tendenza a iniziare a parlare alla persona con demenza come si fa con un bambino. Questo è da evitare?

Il consiglio per vivere bene con un Alzheimer è di semplificare il linguaggio e di non fare la babysitter. Si deve lavorare con le loro abilità residue, ma dobbiamo sapere abbastanza su ciò che ancora possiedono a livello cognitivo e su cosa facevano per formulare frasi a cui molto probabilmente saranno in grado di rispondere. Alla maggior parte delle persone piace sentirsi in grado di aiutare in qualche modo, quindi, si c’è la tendenza a chiedere cose di cui non si vuole necessariamente una risposta, ma è solo un modo di sentirsi all’altezza di aiutare qualcuno: è importante scegliere chiedere qualcosa che dia loro un senso di valore; che attivi la loro forza; qualcosa che richieda davvero, veramente, rispettosamente la loro opinione.

Se so che in passato le piacevano i fiori, potrei portare fiori semplici e dire: “Ci sono tre vasi qui, in quale vaso dovrei metterli?” . In Tal modo si è appena creato un’attività e qualunque cosa lei fa noi reagiamo complimentandoci e valorizzando il gesto: “Wow. Facciamo una foto di quello. “

In questo modo è vero che si sta portando un po’ di carico di lavoro per interagire, ma la persona inizia a sentirsi apprezzata. Non è finto come quando interagiamo come se fossi un bambino, ma veramente apprezzo ciò che hanno da offrire, apprezzo la nostra interazione. Apprezzo il modo in cui stiamo costruendo il tempo insieme. Ma se non lo vuoi davvero fare, non farlo, perché sembrerai falso.

ELIMINARE IL CONFLITTO

Come trattare i nostri cari con demenza che improvvisamente si voltano e dicono: “Ti odio”? Come indossare quell’armatura d’acciaio per dire: “È solo la malattia a parlare, non è la persona”?

Il fatto di entrare in conflitto è dovuto sia alla malattia e sia la fatto non siamo preparati ad affrontarla. E’ molte semplice entrare in conflitto con chi ha la demenza. Per esempio se si chiede di mettersi le calze, lui risponderà: “Beh, non ho bisogno di calze” e senza pensare lo attacchiamo dicendo: “Sì che hai bisogno di calze! Hai delle vesciche alle calcagna, hai il diabete, indossa un paio di calze! ”

Questo succede perché tutto quello che stiamo cercando di fare è aiutare, ma in quel momento il livello di stress è altissimo. Entrambe le persone hanno bisogno di tempo da spendere separati, in modo che possano godersi il tempo insieme. A volte il caregiver si assume troppi impegni e troppi ruoli per troppe ore, ed è logico che presto o tardi non si pensa nemmeno a quello che si sta facendo, diventa solo un dovere da fare in modo più velocemente possibile e liberasene.

Per evitare il conflitto bisogna sapere che non si può fare tutto da soli, bisogna staccare senza sensi di colpa, considerando il fatto che lo stress non è solo del caregiver, ma anche del paziente, quindi, entrambi hanno bisogno di tempo da passare separati. E’ importante considerare che il paziente a volte, o a tratti, è consapevole della sua malattia e del “disagio” che sta creando in famiglia. Per eliminare il conflitto e vivere bene con l’Alzheimer bisogna provare a non fare così tante cose per così tante ore: se pensiamo che la maggior parte del tempo che si sta insieme sono ore nelle quali si genera conflitto, allora, è bene trascorrere meno ore insieme.

A volte la persona con demenza ha bisogno di una figura genitoriale. Chi è adatto a quel ruolo?

Sicuramente hanno bisogno di una figura autoritaria. Quindi, chi è già un’autorità per loro? Può esserci qualcuno che non è il loro caregiver principale in modo che una persona ha il ruolo autoritario e il partner li rimane vicino per consolarlo?

Per vivere bene con l’Alzheimer la figura autoritaria deve essere diversa dal partner o dal caregiver principale soprattutto quando c’è da comunicare una brutta notizia al paziente. Un classico esempio è comunicare che non potrà mai più guidare un auto. Può succedere che la persona con demenza metterà in discussione chi glielo sta dicendo, solo allora può intervenire il partner difendendolo o magari rivolgendo altre domande all'”autorità”, ma quello che si sta realmente facendo è condividere il dolore delle notizie, rimanere accanto. In questo modo c’è una figura di autorità che stabilisce la legge, ma il partner rimane lì accanto a loro e dalla loro parte.

Read more 0

Il potere del sonno profondo sul cervello.

4 Marzo 2020 at 09:31 ·

Il potere del sonno profondo sul cervello.

Come il sonno influisce sul cervello con decadimento neuro-cognitivo di tipo Alzheimer.

La ricerca sulla prevenzione della demenza ha esaminato una varietà di possibilità, tra cui dieta ed esercizio fisico. Ma i ricercatori stanno anche esaminando come il sonno influisce sul cervello quando si tratta di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

Gli studi sul sonno.

Lo studio più recente è il più rilevante per i malati di Alzheimer e demenza. Si è cercato di capire cosa succede ai fluidi nel nostro cervello durante il sonno. Il motivo per cui si è studiato questo è che ci sono stati molti affascinanti lavori precedenti che dimostrano che il sonno è davvero fondamentale per la salute del cervello e che il sonno interrotto sembra essere associato a malattie neuro-degenerative.

I ricercatori hanno anche dimostrato che il sonno è collegato ai livelli di proteine tossiche, come la beta amiloide, nel cervello. Utilizzando l’imaging cerebrale per esaminare il liquido cerebrospinale nel cervello durante il sonno, che è un liquido che avvolge il cervello e lo ammortizza, hanno potuto monitorare i livelli delle tossine.

E quando le persone si addormentavano, si notavano queste grandi ondate di liquido che sembravano in qualche modo “sciacquare” il cervello, il che era davvero affascinante per i ricercatori.

Immaginando diversi aspetti della funzione cerebrale e ci si rese conto che uno specifico modello di attività elettrica che si verifica nel cervello durante il sonno è seguito da un’ondata di ossigenazione del sangue e quindi dall’onda di fluido. Sembra che i procedimenti sono accoppiate insieme. Da qui si è andato a studiare cosa potrebbero significare queste onde di fluido e le conseguenze per la salute del cervello.

La qualità del sonno e il rischio di demenza.

In termini di legame con la demenza, è ormai ben stabilito che il sonno è realmente alterato nei pazienti con demenza e che gli effetti reali dello sonno alterato, sono gli stessi associati alle onde di flusso.

Lo studio era rivolto a giovani adulti completamente sani, per osservare cosa succede normalmente nei cervelli tipici tra i 20 e i 30 anni. Allora, secondo le previsioni dello studio, se si eseguisse la stessa imaging cerebrale nei pazienti con demenza, si vedrebbe meno di quel flusso.

Il sonno elimina le tossine dal cervello?

Anche se dallo studio non si è potuto misurare la quantità di tossine eliminate durante il sonno, si è però quantificata la rapidità e la frequenza con cui avvengono le ondate di flusso. Ovviamente, scoperto ciò si inizierà a studiare qual’è , e quanto, il prodotto di scarto che ne risulta da queste ondate.

Ci potranno essere anche proteine beta-amiloide, ma bisogna attendere le prossime ricerche per avere conferma.

Le fasi del sonno

Quale tipo di sonno per avere una buona salute mentale?

Tutte le fasi del sonno sono importanti: ci sono molte diverse fasi del sonno e ognuna di esse è essere importante in modo diverso, quindi non è necessario che ci sia il più importante, ma ognuno ha una funzione diversa nel cervello.

Inoltre, c’è da dire che si incontrano parecchie difficoltà a monitorare il sonno di un individuo. In quanto lo stesso è costretto ad addormentarsi tra le apparecchiature degli scienziati in un laboratorio.

Il modo in cui si definisce la qualità del sonno è basato sull’attività elettrica del cervello segnalata dai tracce che seguono anche il ritmo cardiaco, quindi è molto difficile distinguere le varie fasi del sonno. Molte pubblicazioni lo fanno. Distinguono il sonno in fasi distinti, ma ovviamente sono delle conclusioni troppo affrettate.

La fase non-REM, di solito è circa il 70% nella fase intermedia; il 15% in sonno leggero e il 15% in sonno profondo. E poi la fase REM incomincia più tardi nella notte, quindi di solito è solo nella seconda metà della notte che stai dormendo. Anche se il sonno è molto individuale: tutti siamo diversi.

Ci sono persone fortunate che hanno solo bisogno di dormire un po ‘ e ce ne sono altre che ne hanno bisogno di dormire molto, e le persone hanno diversi ritmi sonno/veglia. Si sta ancora studiando esattamente come ciascuna di queste dinamiche si collega alla funzione cerebrale.

Fonte: https://science.sciencemag.org/content/366/6465/628

Read more 0

Quello che i caregivers e gli Alzheimer desiderano di più: dormire.

28 Febbraio 2020 at 08:17 ·

Quello che i caregivers e gli Alzheimer desiderano di più: dormire.

Dormire è quello che i caregivers e i malati di alzheimer desiderano di più. La maggior parte dei pazienti affetti da demenza sperimenta un cambiamento del ciclo sonno/veglia. Il quale influisce sulla loro vita quotidiana e del familiare. Medici e scienziati sono d’accordo nell’affermare che i ritmi circadiani alterati compaiono anni prima dell’insorgere dell’Alzheimer.

I Pazienti che dormono durante il giorno frugano dappertutto e camminano durante la notte e tendono ad aumentare e/o a manifestare l’aggressività. Per trovare una soluzione e aiutare sia il paziente, sia il familiare, gli scienziati si sono posti il problema. Se impostare e personalizzare le condizioni di illuminazione potesse segnalare al cervello che è ora di dormire. Quindi, hanno applicato diverse condizioni di luce a 43 pazienti dementi concludendo che l’illuminazione personalizzata riduce significativamente i disturbi del sonno, la depressione e l’agitazione.

Se la luce/stimolo è dosata con cura, ha un forte impatto sul sonno, sulla depressione e agitazione e rimedia a quello che i caregivers e gli alzheimer desiderano di più.

ha affermato la direttrice dello studio condotto Mariana Figueiro, Ph.D., professoressa presso il Lighting Research Center del Rensselaer Polytechnic Institute di Troy, New York.

Inoltre, sono rimasta davvero colpita dell’impatto positivo dei “dosaggi di luce” sulla depressione, cosa che non era tra i principali obiettivi della ricerca.

L’esperimento consisteva nell’aggiunta di luci nei luoghi in cui i pazienti trascorrevano la maggior parte del loro tempo, accendendole durante le ore di veglia e spegnendo alle 18:00. Ogni paziente, poi, indossava un dispositivo che misurava la quantità di esposizione alla luce ricevuta.

La dott.ssa Figueiro ha sostituito la luce a incandescenza esistente nella struttura con una più ambientale: un po ‘come imitare una stanza piena di luce naturale. La luce che usavano era 10 volte più luminosa di quella che ha una normale casa, insieme a un pannello luminoso speciale per ogni letto. Le luci utilizzate erano di una luce più bluastra-bianca intorno ai 4000 K (candele).

Se dorme il paziente, può dormire il caregiver.

L’illuminazione personalizzata aumenta il sonno e migliora l’umore dei pazienti con Alzheimer e, poiché il sonno del paziente influisce sul sonno del caregiver, impostare in maniera adeguata le luci migliora la vita ai caregiver. Circa il 70 percento dei pazienti malati l’Alzheimer vive a casa con un caregiver. I ricercatori sperano che la loro scoperta possa fornire un sollievo sintomatico e provvedere a quello che i caregivers e gli alzheimer desiderano di più: dormire.

Fonte: https://www.sleepmeeting.org/abstract-supplements/

Read more 0

Diagnosticare l’Alzheimer dagli esami del sangue.

26 Febbraio 2020 at 07:11 ·

Diagnosticare l’Alzheimer dagli esami del sangue.

Ricercatori coreani hanno sviluppato un bio-sensore che diagnostica l’Alzheimer dall’esame del sangue.

I ricercatori hanno sviluppato un altro esame del sangue che può aiutare a diagnosticare la malattia l’Alzheimer. L’analisi del sangue è in grado di rilevare i biomarcatori chiave della malattia neurodegenerativa nel plasma, il liquido presente nel sangue.

Il test, sviluppato dai ricercatori del Korea Advanced Institute of Science and Technology (KAIST), coinvolge un biosensore elettrico multiplex considerato altamente sensibile. Il biosensore è in grado di identificare i biomarcatori dell’Alzheimer tra cui beta-amiloide42, beta-amiloide40, proteina tau totale e proteina tau fosforilata.

Comparando gli esami del sangue dei pazienti con Alzheimer rispetto a soggetti sani, i ricercatori hanno scoperto che il test ha un’accuratezza media dell’88%.

Esame del sangue per diagnosticare l’Alzheimer.

Nello studio, i ricercatori hanno notato che i principali segni distintivi patologici dell’Alzheimer comprendono placche beta-amiloidi e grovigli neurofibrillari, nonché aggregazione di proteina tau. I livelli di amiloide e tau nel cervello tendono a cambiare e ad aumentare anni prima che compaiano i sintomi.

Fino a poco tempo fa, i medici si affidavano all’autopsia per rivelare l’accumulo di queste proteine nel cervello e diagnosticare ufficialmente l’Alzheimer. Sempre più, l’uso di scansioni PET e di campioni di liquido cerebrospinale ha reso più facile per i medici diagnosticare l’Alzheimer prima della morte, e talvolta anche prima che compaiano i principali sintomi. Essere in grado di identificare precocemente l’amiloide nel cervello velocizza le diagnosi, anticipa l’accesso del paziente ai trattamenti e ritarda la malattia.

Ricerche recenti hanno anche dimostrato che questi biomarcatori si manifestano anche nel plasma sanguigno, in correlazione con i cambiamenti del cervello. I ricercatori hanno quindi deciso di concentrarsi sul sangue come potenziale strumento di rilevamento.

Non è una novità, comunque. Altri esami del sangue per diagnosticare l’Alzheimer sono stati sviluppati prima di questi studi e alcuni hanno avuto un’accuratezza del 100%.

Read more 0

L’olio di semi di soia ha effetti negativi per la salute?

21 Febbraio 2020 at 14:30 ·

L’olio di semi di soia ha effetti negativi per la salute?

Quali sono gli effetti sulla salute del cervello.

L’olio a base di semi di soia è uno dei tipi più popolari di oli usati. Spesso è presente in fast food, alimenti confezionati e alimenti per bestiame. Nell’esperimento condotto dall’Università della California (UC) Riverside, i ricercatori hanno trovato un legame tra l’olio di semi di soia e gli effetti sulla salute del cervello dei topi da laboratorio.

Negli ultimi anni, dietisti e ricercatori hanno esaminato gli effetti sulla salute umana di vari tipi di olii ad alto contenuto di grassi, soprattutto, sulla salute del cuore e sull’obesità. Tutti gli oli, come olio di arachidi, soia, sesamo, oliva, avocado, hanno livelli variabili di acidi grassi saturi, mono-insaturi e polinsaturi.

L’olio d’oliva, ad esempio, è ricco di grassi, ma di tipo “buono”, noti come grassi insaturi. L’olio d’oliva è considerato un pilastro della dieta mediterranea, ed è considerato per i suoi benefici nella lotta alle malattie cardiovascolari e persino all’Alzheimer.

Gli stessi ricercatori del nuovo studio hanno esaminato l’olio di semi di soia nel 2015 per il suo potenziale contributo all’obesità e al diabete. Il consumo di olio di soia è aumentato in modo significativo negli ultimi decenni, presente in condimenti per insalate, margarine e cibi fritti.

Ma da altri esperti, è considerato salutare per il cuore e nel 2017 la FDA ha certificato la qualità e i benefici sulla salute esattamente come altri oli ad alto contenuto oleico come l’olio d’oliva.

Gli effetti dell’olio di soia sulla salute del cervello.

Nell’ultimo studio, i ricercatori testano gli effetti dell’olio di soia sui topi, confrontandoli con gli effetti dell’olio di semi a basso contenuto di acido linoleico e dell’olio di cocco. Entrambi i tipi di olio sembravano mostrare lo stesso impatto sul cervello. Si nota esattamente una certa variazione nell’ipotalamo, la regione del cervello che è associata a una serie di funzioni come peso corporeo, metabolismo, temperatura corporea, riproduzione e risposta allo stress.

I risultati della ricerca dimostrano che alcuni geni nei topi a cui era stato somministrato olio di soia non funzionavano correttamente, identificandone circa 100. Si nota che un gene particolare che produce ossitocina, noto anche come “ormone della felicità”, è alterato nei topi che hanno assunto olio di semi di soia. Tra questi topi, i livelli di ossitocina erano inferiori al normale.

Quando i ricercatori hanno testato l’olio di cocco sui topi, hanno scoperto che non produceva così tanti cambiamenti genetici nell’ipotalamo come l’olio di soia. Considerando che l’olio di semi di soia è consumato da molti, gli scienziati sostengono che le loro scoperte potrebbero avere conseguenze sulla salute pubblica.

Come spesso accade negli studi condotti su topi o animali, però, i ricercatori sono cauti e affermano che:

Anche se si ritiene l’olio di soia colpevole di cambiamenti cerebrali negativi, non è ancora possibile trarre una conclusione definitiva. Non si può dedurre molto fino a quando lo stesso test non verrà eseguito sull’uomo e produrrà risultati simili.

Gli altri prodotti alla soia

Detto questo,

Non gettare il tuo tofu, latte di soia o salsa di soia,

ha affermato Frances Sladek, tossicologa della UC Riverside e professore di biologia cellulare, in un comunicato stampa.

In effetti, sebbene l’olio di soia provenga da semi di soia, ciò non significa che tutti i prodotti contenenti soia siano dannosi per la salute.

Questa ricerca può aiutare a produrre in futuro oli alimentari più sani,

ha detto Poonamjot Deol, un scienziato del progetto e autore dello studio,

La regola è che il grasso saturo è cattivo e il grasso insaturo è buono. L’olio di semi di soia è un grasso polinsaturo, ma l’idea che faccia bene non è stata mai provata.

Read more 0

Gli occhi sono la finestra del cervello.

18 Febbraio 2020 at 17:15 ·

Gli occhi sono la finestra del cervello.

Con un semplice esame oculistico i medici potrebbero prevenire perdite di memoria e demenza.

E se tutto ciò che sarebbe necessario per prevedere i problemi di memoria fosse un semplice esame oculistico? Osservando la retina con speciali strumenti di imaging, i medici potranno prevedere il rischio di sviluppare perdita di memoria e demenza in futuro.

Un nuovo studio ha scoperto che le persone, i cui occhi hanno mostrato piccoli cambiamenti nei vasi sanguigni all’età di 60 anni, potrebbero avere maggiori probabilità di sviluppare problemi cognitivi all’età di 80 anni. Secondo gli autori dello studio, i piccoli vasi sanguigni riflessi negli occhi potrebbero essere una traccia di ciò che sta succedendo nel cervello.

I piccoli vasi sanguigni danneggiati nel cervello sono probabilmente un fattore importante nel declino cognitivo tanto quanto la calcificazione delle arterie più grandi. Ma non abbiamo la capacità di osservare questi piccoli vasi con l’imaging cerebrale,

ha detto il ricercatore Jennifer A Deal, Ph.D., della Johns Hopkins University di Baltimora.

Poiché i vasi sanguigni nell’occhio e nel cervello sono anatomicamente molto simili, abbiamo ipotizzato che osservare i vasi sanguigni nell’occhio ci avrebbe aiutato a capire cosa stava succedendo nel cervello.

Dall’esame oculistico si può diagnosticare la demenza 20 anni prima che appaia.

Questa non è la prima volta che gli occhi hanno dimostrato di contenere indizi per una diagnosi di demenza. Uno studio del 2014 ha scoperto che la retina si assottiglia prima dell’inizio della demenza frontotemporale, un tipo di malattia che colpisce molto prima dei 60 anni e che costituisce dal 10% al 15% dei casi di demenza. I ricercatori hanno descritto l’occhio come una “finestra sul cervello”. Un piccolo studio del 2017 ha mostrato che la beta-amiloide, la proteina tossica associata alla malattia di Alzheimer, si presentava negli occhi nello stesso modo in cui si presentava nel cervello e poteva essere rilevato fino a 20 anni prima che i sintomi iniziassero.

Cosa si può osservare dalla retina?

Sebbene la retina sia rivolta verso l’esterno, è costituita da neuroni che comunicano direttamente con il cervello. L’osservazione della retina è un modo semplice e accessibile per tenere traccia di ciò che potrebbe accadere nel cervello.

I ricercatori hanno osservato gli occhi di 12.317 persone in 20 anni. Hanno dato loro test di memoria e di pensiero e hanno fotografato i loro occhi usando una speciale fotocamera retinica. Di tutte le persone analizzate, circa il 5% presentava una sorta di danno alla retina. Le persone con danno moderato/grave avevano un calo del punteggio nei test di memoria. Per quelle persone, i loro punteggi medi sui test sono diminuiti di 1,22 punti per 20 anni, rispetto a un declino di 0,91 punti per le persone con occhi sani.

Se i risultati saranno confermati, dalla differenza tra una retina integra e una danneggiata si potrebbero fornire stime ragionevoli di quanti piccoli danni ai vasi sanguigni nel cervello stiano contribuendo al declino cognitivo.

Naturalmente, questo è uno studio osservazionale, nel senso che ciò non significa necessariamente che il danno ai vasi sanguigni è causa o effetto del declino delle capacità cognitive. I ricercatori hanno anche notato che lo studio è limitato perché è stato fotografato un solo occhio.

Fonte: https://n.neurology.org/content/90/13/e1158

Read more 0

Next posts